martedì 6 settembre 2016

...millesentieri



Nella vita ci sono degli spartiacque, e indietro non si torna più neanche volendo. 
A volte lo decidiamo noi, altre volte, quante volte… semplicemente, inaspettatamente, dolorosamente, accade. E ti ritrovi un po’ smarrita, incredula, con gli occhi lucidi a pensare… e ora? 

Molti anni fa, sospesa tra due mondi, ho imparato che per mantenere la serenità dentro, non si devono avere “sospesi”: impara a dire sempre con garbo quello che pensi, ricorda che i "ti voglio bene" e gli abbracci non sono mai troppi, non risparmiare atti di gentilezza e non dimenticare gli amici nemmeno quando sono lontani.

Forte di tutto ciò, il vuoto lasciato da chi se ne va resta doloroso, ma poi pian piano ritorna il sereno perché tutto è stato detto e quel che proviamo è un dolce ricordo indelebile che si fa carezza e scalda il cuore. 

Ispido è stato un caro amico per me. Una persona speciale. 
Attraverso i nostri blog ci siamo frequentati per quasi un decennio, imparando a conoscerci l’un l’altra. Abbiamo condiviso i nostri interessi e le nostre passioni. Ci siamo rincorsi nei corridoi del transatlantico, ci siamo tenuti per mano nelle stanze del maniero e nei travagliati addii. Attraverso tutto il Cammino e anche dopo. La sua presenza è stata complicità e amicizia, conforto. 

A lui devo l’acquisto della mia reflex. 
Ogni volta che la prendo in mano il pensiero va ai tuoi scatti distratti… e da ora sarà bello pensarti accanto, mentre mi spieghi come prendere meglio un’inquadratura e far risaltare un certo dettaglio, come quella cinquecento rossa d’antant nei vicoli del paese… quanto mi piaceva quella tua foto. 

A lui devo le lezioni di chitarra via web. 
Ci hai messo l’entusiasmo e il tocco del maestro per ideare delle lezioni ad hoc. 
Daffo ci ha messo impegno ma poi ha abdicato perché ha capito che strimpellare non era nelle sue corde. 
E’ stato comunque molto divertente!

A lui devo “l’arbitrario adattamento” della mappa di Daffo. 
Non sai quanto bene hai saputo coglierne l’essenza. 

A lui devo la scoperta delle bellezze della terra di “una cosa bella”. 
Ho sempre amato la gente del Sud, di ogni Sud del mondo. 

Caro Ispido, tu sei stato spesso il primo a sapere tante cose di me. 
Te le sussurravo in un orecchio, e tu sorridevi complice. 
Custodisci pure un ultimo segreto, che non ho ancora svelato.
Non ho lasciato "sospesi" con te, come vedi.

Per tutti questi motivi, resterai nel mio cuore. 
E ispirandomi a quel tuo Ispido Café che ha dato ristoro a tanti di noi viandanti del web, da oggi questo mio blog si chiamerà Daffus Café
Sarà diverso dal tuo nei contenuti, ma almeno nel nome voglio che ci sia il tuo ricordo in segno di gratitudine per tutto quello che hai fatto e per tutto quello che sei stato.
Rimarrai una persona unica e speciale. 

mercoledì 24 agosto 2016

...ti porterò sempre nel mio cuore, Ispido

Grazie di tutto Ispido!

“Ci sono persone speciali che risplendono di luce propria. Sono leggere e profonde, sagge e allegre, sicure e dubbiose, sapienti e affamate di sapere. Sono queste le persone vere, speciali, delle quali avvertiamo subito la luce che hanno dentro. Impariamo a conoscerle e ad apprezzarle, perché il loro esempio è un invito a vivere liberamente e consapevolmente.” 
-A. Degas- 

Questa era la tua preferita:

 

venerdì 19 agosto 2016

...Mary per sempre


Ci son cose che per farle bene, si ha bisogno di tempo.
E quando hai il tempo, necessiti anche di quel click che ti invogli a fare.
Ebbene, oggi ho trovato il tempo e il click per finalizzare... ebbene si, l’acquisto del mio nuovo materasso. Sembrerà cosa da poco, ma così non è. Le cose semplici sono spesso le più difficili.
E poi io tutti sti materassi ergonomici, con le molle, con la schiuma, con la memoria, non m’ispirano mica. Volevo un materasso che ha l’aspetto di un materasso. Uno di quelli che guardi e capisci che sarà piacevole dormirci. Uno di quelli ricoperti di ricami pastello, in materiale naturale, senza aggiunta di tecnologie inquietanti.
Sentivo nell’aria che era il giorno giusto.
Ho eliminato dall’elenco ogni grande magazzino, svedese o meno che sia.
Ho focalizzato un minuscolo negozio nel centro cittadino e ci sono andata con convinzione e decisione.
Dopo aver snobbato una lunga fila di materassi in verticale, quasi sull’orlo di lasciar perdere l’impresa, ho chiesto alla commessa se avessero anche un materasso materasso. Il mio modo di esprimermi a volte è davvero grezzo, ma la tipa ha afferrato al volo il concetto. E brava lei.
Ci spostiamo in un’ala discosta del negozio, toglie un lenzuolo da un grande letto con due materassi, e “voilà, si sdrai e li provi. Bisogna dormirci sopra ai materassi.”
E così ho fatto.
Poi ho scelto il “Mary” che ha il lato estivo e quello invernale, i ricami pastello, il rivestimento e il riempimento in materiali naturali. Grande il giusto, duro il giusto, alto il giusto.
A giorni me lo consegneranno a casa, il mio Mary per sempre.
Si perché quando un materasso è un materasso vero, è per sempre.

domenica 14 agosto 2016

...quel torrente lassù

 

L’escursione di ieri non è stata una delle tante. 
Per me è stata una camminata nel passato, in quella lontana estate dei miei 10 forse 11 anni. Ricordo mia zia davanti che ci spronava, “dai che manca poco”. Magra come un picco, sempre tesa come un archetto, un entusiasmo da sagra delle costine, un passo da fanteria all’assalto; lei. 
Noi, le mie due cugine e io, decine di metri dietro che ogni due per tre ci fermavamo a riprendere fiato e sbuffare imprecazioni non udibili perché fiato non se n’aveva più. 
Mi è rimasta impressa a fuoco quell’ultima tirata sotto la stecca del sole: stretta, erta, con un terreno che ti scivola via da sotto i piedi. La capanna lassù come un miraggio nel deserto. 

Ecco, ieri ho ritrovato quei luoghi. 
Da quell’estate di 35 anni fa, c’è stato un solo cambiamento: la capanna l’hanno spostata sull’altro versante del torrente. Questo perché le costanti slavine che d’inverno colpiscono la zona, rendevano la vecchia capanna un rifugio rischioso. Tutto il resto è rimasto invariato. 

E allora, dalla nuova capanna mi sono spostata verso nord attraverso la sassaiola rivestita dal verde delle piante di mirtillo e da qualche altro arbusto. Ho ritrovato il torrente e quel sasso ritratto anche nella foto che ho cara tra le pagine dell’album di quella estate. Tanti anni fa quassù c’era ancora la neve, anche se era già pieno agosto. Mia cuginetta aveva sfidato le acque gelide e si era immersa, per poi sdraiarsi sul sassone accanto che era in pieno sole. 

Quanti ricordi…






giovedì 28 luglio 2016

...summer life

 “Grazie per gli auguri.” 
Mi volto con un sorriso e un punto di domanda nello sguardo. 
È la mia dirimpettaia. Con la mano fa cenno alla foto e al felice estate che ho applicato sulla mia porta. Che tenerezza mi fa. 94 anni e non sentirli. Sempre la prima a svegliarsi e l’ultima ad andare a letto. Lo sento dall’aprirsi e chiudersi del suo uscio. Da che la conosco, non è mai andata via dalla città. 
E anche la sottoscritta, in estate non intraprende viaggi di nessuna sorta. Ho un’innata avversione per i luoghi affollati, il caldo, gli immancabili ritardi negli aeroporti nelle stazioni e le lunghe code di auto a ogni imbocco… 
Gli unici spostamenti sono quelli per andare in montagna. Tempo permettendo, prossimamente ho in programma il giro di un laghetto alpino che non ho mai visto. Non mi faccio la salita a piedi perché sono 25 km con un dislivello di 1200 metri. Davvero troppi per la mia pigrizia. Prenderò quindi quel guscio di noce che è la mini teleferica, mi godrò l’aria fina e la dolce camminata attorno allo specchio d’acqua. Cercherò un po' di mirtilli, E a fine giornata farò rientro a casa, per poi magari ripartire per altra meta il giorno dopo. 
Un’abitudine che ho acquisito negli anni, e che mi soddisfa ancor oggi. 
Felice estate anche a voi, ovunque siate e in qualunque modo la viviate. 

lunedì 25 luglio 2016

…libri sul comodino, sul tavolino, sulle mensole, sulla credenza su su su




Sogno di un giorno in cui riprenderò possesso del maniero.
Sogno di vuotare quel grande locale che non ha mai avuto né scopo preciso né identità alcuna.
Lo voglio tappezzare di scaffali da terra a soffitto, tante librerie appaiate strapiene di libri. Poi un caldo e soffice tappeto colorato. Una comoda poltrona. Una lampada che fa tanta luce. Un comodino grande il giusto per accogliere una tazza di tè e appoggiare un libro mentre accarezzo il gatto del maniero… che ora non c’è più, ma che ci sarà. Perché il maniero non è tale senza un gatto che lo sovraintende, che ne accarezza i muri, che lo riempie di fusa, che ne graffia gli stipiti.

Un giorno.

Nel mentre, continuo a leggere e sognare.
Questi alcuni libri che mi hanno accompagnato in queste settimane:




Wilkie Collins – senza nome
Poco più che ventenne, mi innamorai di un suo brano contenuto in un’antologia.
Da allora è rimasto il mio autore inglese preferito.
Poco conosciuto, peccato. È colui che ha introdotto il genere poliziesco nella letteratura inglese.
Questo è forse l’unico romanzo che non sia un giallo come tutti i precedenti.
Non di meno, dall’inizio alla fine è tutto un susseguirsi di colpi di scena, intrighi e… si c’è anche un morto ma di morte naturale.






Kathy Reichs e P.D.James
Due signore del giallo che non hanno bisogno di nessuna introduzione.




 









Alan Bradley – la collana con protagonista Flavia De Luce
Una felice scoperta di quest’anno. Un suggerimento di un’amica.
Una scrittura meravigliosa. Tanto humour. Un personaggio, Flavia, davvero singolare. Ho divorato ogni nuova avventura. Sellerio sta ripubblicando anche i primi due episodi che erano stati editi dalla Mondadori.
 
Un segreto per Flavia de Luce – capitolo primo:

“Tanto per cominciare, era una perfetta mattinata inglese:
una di quelle giornate di inizio aprile che abbagliano,
quando il sole all’improvviso riesce a simulare
la piena estate.
I raggi di sole si facevano strada decisi in mezzo ai
fagottini bianchi delle nuvole, proiettando ombre che
s’inseguivano l’un l’altra giocose attraverso i campi e
su per le colline. Da qualche parte, nei boschi oltre la
strada ferrata, cantava un usignolo.
«Sembra l’illustrazione di un libro di Wordsworth»
disse mia sorella Daphne, quasi fra sé e sé. «Sin troppo
pittoresco».
Ophelia – mia sorella la grande – era un’ombra
immobile, tenue e silenziosa, persa nei propri pensieri.
All’ora stabilita – che per vostra informazione erano
le dieci precise – eravamo tutti più o meno riuniti
sulla piccola banchina della Fermata Ferroviaria di
Buckshaw. Dovette essere la prima volta in vita mia in
cui vedevo Daffy senza un libro in mano.
Il babbo, che si teneva a una certa distanza da noi,
ogni due o tre minuti consultava l’orologio da polso e
allungava lo sguardo verso il binario, strizzando gli occhi
alla ricerca di fumo in lontananza.
Immediatamente alle sue spalle c’era Dogger. Strano
vedere il gentiluomo ed il suo servitore – che insieme
ne avevano passate di cotte e di crude – tutti azzimati,
col vestito della domenica, in una stazione di campagna
abbandonata.
Perché la stazione vera e propria – nonostante un tempo
ricevesse regolarmente merci ed ospiti diretti a
Buckshaw; e nonostante il binario fosse ancora lì – l’avevano
chiusa da un bel pezzo.
Negli ultimi giorni, tuttavia, era stata approntata in
fretta e furia in vista del ritorno a casa di Harriet: spazzata
e ripulita, i vetri rotti finalmente rimpiazzati, la
piccola aiuola liberata dalle erbacce ed infiorata.
Avevano pregato il babbo di recarsi a Londra per riportarla
a casa, ma lui era stato irremovibile: avrebbe
aspettato il treno presso la stazioncina di Buckshaw. Dopotutto
era proprio in quel luogo e in quel modo – aveva
spiegato al vicario – che aveva conosciuto lei, tanti
anni prima, quando erano entrambi giovani.
Mentre si stava lì fermi ad aspettare, notai che gli stivali
del babbo erano stati lucidati praticamente alla perfezione;
se ne deduceva che ultimamente la salute di Dogger
fosse migliorata. C’erano delle volte in cui Dogger
si metteva a urlare e piagnucolare in piena notte, raggomitolato
in un cantuccio della sua cameretta, avendo ricevuto
la visita di fantasmi provenienti da prigioni lontane
nello spazio e nel tempo: demoni del passato che
venivano a tormentarlo. In tutte le altre circostanze
Dogger era un essere umano capace e affidabile come pochi;
perciò ringraziai mentalmente il cielo che quella mattina
rientrasse in «tutte le altre circostanze».
Adesso c’era più che mai bisogno di lui.
Qua e là, lungo la banchina, gli abitanti del villaggio,
raccolti in piccoli capannelli, tenendosi a debita distanza,
parlottavano tra loro, nel rispetto della nostra
privacy. Un nutrito gruppetto si affollava intorno alla
signora Mullet – la nostra cuoca – e al marito, Alf, come
se in questo modo si potesse per magia entrare a
far parte della nostra famiglia.
Nell’approssimarsi dell’orario per il quale era atteso
il treno – le dieci in punto – tutti quanti, come a un
segnale prestabilito, tacquero d’improvviso: e un silenzio
quasi spettrale calò sulla stazione e sul paesaggio circostante.
Era come esser chiusi in una campana di vetro,
come se il mondo intero trattenesse il respiro.
Persino l’usignolo, nel bosco, aveva di colpo interrotto
il proprio canto.
Sulla banchina della stazione adesso l’aria stessa era
elettrica, come spesso succede quando un treno è in arrivo,
ma non ancora in vista.
Notai che la gente spostava di continuo il peso del
corpo da un piede all’altro; e che il venticello del nostro
fiato era come un sospiro collettivo.
E poi, finalmente, dopo quella che ci era sembrata
un’eterna immobilità, vedemmo in lontananza il fumo
della locomotiva.
Si faceva sempre più vicino: riportava Harriet – riportava
mia madre – a casa.
Il fiato abbandonò i miei polmoni nel momento in
cui la locomotiva giungeva sbuffando in stazione e si
fermava con un certo stridore a fianco della banchina.
Non era un convoglio particolarmente lungo: oltre alla
locomotiva c’era una mezza dozzina di carrozze, ancora
per qualche momento avvolte dal vapore. Vi fu uno
strano momento di quiete.
Poi un capotreno scese giù dall’ultima carrozza e
soffiò tre volte nel fischietto.
A questo punto le portiere del treno si aprirono e la
banchina fu tutto uno sciamare di uniformi: militari con
i baffetti e una sfilza di medaglie addosso. Formarono
rapidamente due colonne e si misero sull’attenti.
Uno di loro (che decisi essere il comandante), alto e
abbronzato, il petto pieno di nastrini e decorazioni, raggiunse
a passo di marcia il punto in cui stava il babbo
e sollevò il braccio in un saluto marziale: notai che la
mano gli vibrava come un diapason.
Pur visibilmente rintronato, il babbo riuscì a rispondere
con un cenno del capo.
Dalle altre carrozze venne fuori un’orda di tizi in
completo scuro, bombetta, bastone da passeggio e
ombrello al braccio. Tra di loro c’erano pure alcune
donne, severamente abbigliate in tailleur, cappello e
guanti; e qualcheduna persino in uniforme. Una di queste
ultime, una tizia con un bel fisico ma dall’aria minacciosa,
portava l’uniforme della RAF e aveva tanti
di quei galloni sulle maniche che poteva trattarsi di
un vice-maresciallo dell’Aeronautica. Questa stazioncina
di Buckshaw, pensai, in tutta la sua lunga storia
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non aveva mai veduto un simile assortimento di umanità.
Con mia notevole sorpresa, una delle donne in abiti
civili risultò essere la sorella del babbo, ovvero zia
Felicity. La quale abbracciò Feely, abbracciò Daffy, abbracciò
me e poi, senza dire una parola, prese posizione
accanto a mio padre.
Venne impartito un qualche ordine, e le due colonne
si misero in marcia verso la testa del treno, mentre
la grande portiera dello scompartimento bagagli finalmente
si apriva.
Era difficile distinguere alcunché, nei recessi dello
scompartimento. In un primo momento non vedevo altro
che una dozzina di guanti bianchi danzare in mezzo
all’oscurità.
E poi, delicatamente, quasi teneramente, una cassa
di legno fu passata alla doppia colonna di uomini in attesa,
che se la misero in spalla e per un attimo restarono
immobili come soldatini di legno, lo sguardo fisso
davanti a sé.
Non riuscivo a staccare gli occhi da quella cassa.
Si trattava di una bara, che, una volta lasciatasi alle
spalle le ombre dello scompartimento bagagli, luccicava
spietatamente alla luce del sole.
Dentro c’era Harriet. Harriet.
Mia madre, insomma.”


Da ultimo, proprio ieri ho terminato di leggere il mio primo della Fallaci.
Sapevo ovviamente chi era, ma di suo non avevo mai letto nulla.
In una bancarella del mercatino di carabattole, per 1 franco ho trovato “un uomo”.
Se non mi piace, mal che vada… così mi son detta.
E invece m’è piaciuto molto.
Tanto che ora andrò alla ricerca degli altri.
Poco alla volta, l’estate è ancora lunga.

E voi che state leggendo?






sabato 23 luglio 2016

...summer rain

L’estate è anche temporali. 
Ti svegli con il sole, poi il cielo si oscura, i lampioni si accendono e tra un tuono e un fulmine vien giù un acquazzone epocale. Poi d’incanto, come se si spegnesse un interruttore, ritorna il sereno. 
Oggi il bis. E per fortuna che nel cartellone manifestazioni, ci sono molte cose da fare e da vedere anche al chiuso. Ieri sera mi sono data a “la pazza gioia”, il bel film di Virzì che mi ha lasciato in testa la canzone di Gino Paoli Senza Fine…davvero senza fine. 
Stamattina invece, un recital nella chiesetta qui accanto: pianoforte e soprano. Un luogo con un’acustica spettacolare, dove ogni rumore rimbomba e si espande in modo esponenziale e perfettamente in ogni angolo. Tanto che a un certo punto, il soprano che dà aria ai polmoni e fuori tuoni a non più finire, han tremato i vetri e la struttura… mi sono irrigidita e aggrappata al bancone in legno… attimo di paura. Metti anche che le notizie di questi mesi sono di bombe improvvise nei posti più disparati, se senti un boato e il luogo dove ti trovi si scuote fin dalle fondamenta… ecco… mi sono tesa come un archetto e per un istante mi sono chiesta se dovevo abbandonare il mio posto e catapultarmi fuori prima che crollasse tutto. Ho atteso, poi è ritornato il sereno. 

E ci siamo goduti questo bis (il video trovato su Ytube è di qualche anno fa, il soprano è quella di oggi):

 

giovedì 21 luglio 2016

...una luce (poesia di P.P.Pasolini)



 

È una povera donna, mite, fine,
che non ha quasi coraggio di essere,
e se ne sta nell'ombra, come una bambina,

coi suoi radi capelli, le sue vesti dimesse,
.ormai, e quasi povere, su quei sopravvissuti
segreti che sanno, ancora, di violette;

con la sua forza, adoperata nei muti
affanni di chi teme di non essere pari
al dovere, e non si lamenta dei mai avuti

compensi: una povera donna che sa amare
soltanto, eroicamente, ed essere madre
è stato per lei tutto ciò che si può dare.

La casa è piena delle sue magre
membra di bambina, della sua fatica:
anche a notte, nel sonno, asciutte lacrime

coprono ogni cosa: e una pietà così antica,
così tremenda mi stringe il cuore,
rincasando, che urlerei, mi toglierei la vita.

Tutto intorno ferocemente muore,
mentre non muore il bene che è in lei,
e non sa quanto il suo umile amore,
poveri, dolci ossicini miei
possano nel confronto quasi farmi morire
di dolore e vergogna, quanto quei

suoi gesti angustiati, quei suoi sospiri
nel silenzio della nostra cucina,
possano farmi apparire impuro e vile...

In ogni ora, tutto è ormai, per lei, bambina,
per me, suo figlio, e da sempre, finito:
non resta che sperare che la fine

venga davvero a spegnere l'accanito
dolore di aspettarla. Saremo insieme,
presto, in quel povero prato gremito

di pietre grigie, dove fresco il seme
dell'esistenza dà ogni anno erbe e fiori:
nient'altro ormai che la campagna preme

ai suoi confini di muretti, tra i voli
delle allodole, a giorno, e a notte,
il canto disperato degli usignoli.

Farfalle e insetti ce n'è a frotte,
fino al tardo settembre, la stagione
in cui torniamo, lì dove le ossa

dell' altro figlio tiene la passione
ancora vive nel gelo della pace:
vi arriva, ogni pomeriggio, depone

i suoi fiori, in ordine, mentre tutto tace
intorno, e si sente solo il suo affanno,
pulisce la pietra, dove, ansioso, lui giace,

poi si allontana, e nel silenzio che hanno
subito ritrovato intorno muri e solchi,
si sentono i tonfi della pompa che tremando

lei spinge con le sue poche forze,
volenterosa, decisa a fare ciò che è bene;
e torna, attraversando le aiuole folte

di nuova erbetta, con quei suoi vasi pieni
d'acqua per quei fiori.. Presto

anche noi, o dolce superstite, saremo

perduti in fondo a questo fresco
pezzo di terra; ma non sarà una quiete
la nostra, ché si mescola in essa

troppo una vita che non ha avuto meta,
Avremo un silenzio stento e povero,
un sonno doloroso, che non reca

dolcezza e pace, ma nostalgia e rimprovero,
la tristezza di chi è morto senza vita:
se qualcosa di puro, e sempre giovane,

vi resterà, sarà il tuo mondo mite,
la tua fiducia, il tuo eroismo:
nella dolcezza del gelso e della vite

o del sambuco, in ogni alto o misero
segno di vita, in ogni primavera, sarai
tu; in ogni luogo dove un giorno risero,

e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai
la purezza, l'unico giudizio che ci avanza,

ed è tremendo, e dolce : che non c'è mai.
disperazione senza un po’ di speranza.


                                                        (Performance al parco, ispirata alle opere di Pier Paolo Pasolini)